Volevo cambiare il mondo, Gesù ha cambiato me!

Dopo secoli di dominio britannico, nel 1921 l’Irlanda si staccò dall’Inghilterra, tranne una piccola parte dell’isola. Questa parte si chiama Irlanda del Nord, è rimasta sotto la sovranità d’Inghilterra essendo il suo governo locale formato da protestanti. Qui la minoranza cattolica fu emarginata: i cattolici discriminati nel lavoro e nella distribuzione delle case popolari, vennero esclusi dai pubblici uffici e il loro diritto di voto fu limitato. Il 5 ottobre 1968 N.I.C.R.A. (Associazione per i Diritti Civili nell’Irlanda del Nord) organizzò una marcia per chiedere uguali diritti per i cattolici. Questa marcia fu vietata dal governo protestante e gli organizzatori, ignorando la proibizione, furono picchiati dal R.U.C. (Corpo di Polizia dell’Ulster). Molte persone rimasero gravemente ferite. Questa marcia fece precipitare il paese in una guerra che durerà più di 30 anni.

Una testimone diretta di questo periodo è Mary, che ci racconta la sua vita nella città di Belfast, capoluogo dell’Irlanda del Nord.
Sono nata alla fine degli anni cinquanta in una famiglia cattolica, ma non ero praticante. Mi chiedevo che senso avesse frequentare la Chiesa, non ci trovavo niente di buono per me. Così a 12 anni ho lasciato la Chiesa e all’età di 13 mi sono legata all’I.R.A. (Irish Republican Army) un’organizzazione paramilitare illegale che combatteva per la riunificazione dell’Irlanda. Ci sono rimasta fino all’età di 25 anni.

Mary, come sei venuta a contatto con l’I.R.A.?
Vivevo in una zona dove erano frequenti gli scontri con i Britannici e col R.U.C. La comunità cattolica era molto perseguitata. Nel 1971 è stato introdotto l’internamento: le persone potevano essere messe in carcere senza processo regolare, erano tenute sotto custodia e restavano recluse per anni. Abbiamo visto arrestare e picchiare i nostri vicini. Ero giovane e tutto ciò mi provocava profondamente. Volevo fare qualcosa. Pensavo che i miei genitori e tutta quella generazione erano rimasti a guardare senza fare niente. Per questo è nato in me il desiderio di far parte dell’I.R.A.

Come hai potuto unirti all’I.R.A. così giovane?
Si trattava dell’I.R.A. junior. Vendevamo giornali, andavamo in ricognizione, avvertivamo la comunità della presenza dei Britannici battendo i coperchi della spazzatura. Lo facevo spesso. A 15 anni sono entrata nell’I.R.A. divisione femminile. Trasportavamo pistole e cose del genere.
Non appena compiuti i 17 anni sono passata all’I.R.A. reparto adulti. Con il tempo vedendo le mie capacità e l’impegno, venni coinvolta in incarichi ben più importanti. Ma a me non interessava fare il capo. Volevo solo essere lì, nient’altro.

Era facile entrare nell’I.R.A? Come facevi a sapere chi dovevi contattare?
Eravamo una comunità ristretta, compatta, tutti conoscevano tutti. Non bisognava presentare dei documenti di identità. Agli occhi dell’I.R.A. bisognava farsi vedere impegnati sul serio.

Quali erano gli scopi dell’I.R.A.?
Da principio l’I.R.A., organizzata in piccole cellule, si proponeva di liberare il suolo irlandese dai Britannici limitandosi a manifestazioni ed azioni di resistenza. Poi le cose sono cambiate. Negli anni settanta la strategia generale dell’organizzazione è passata all’azione diretta prendendo un risvolto economico.
Gli attacchi avvenivano ovunque, senza neppur risparmiare negozi, ristoranti e bar, ma la gente stava pagando un prezzo tremendo. C’erano vittime da entrambe le parti, morti e feriti, soprattutto tra gli anni 1985-1986. I capi compresero che la posta in gioco era troppo alta.
Inizialmente, nel 1971-1972, tutti pensavano che non sarebbe durato a lungo, ma lo Stato dell’Irlanda del Nord era determinato a mantenere lo status quo, nessuno si rassegnava all’umiliazione di dover cedere terreno nonostante il clima di tensione.

Potresti descriverci un attacco?
Di solito si trattava di esplosioni e di sparatorie. Si entrava in città con la squadra. Mi appostavo finché la bomba non veniva posizionata dai combattenti negli obiettivi; una volta azionato l’innesco, mi davano le armi e correvo al riparo. A volte ci volevano anche intere settimane per preparare un attacco.

Come vivevi questa situazione?
Mi ricordo che nel 1973, ogni qualvolta veniva ucciso qualcuno a Belfast pensavo: «No! Non è per questo che sono qui… è stato un errore di sicuro… le bombe sono esplose in anticipo». Era tragico davvero, mi straziava le viscere, doveva essere una strategia economica, invece… Ho perso tanti miei amici. Anche la mia vita era in pericolo, sono scampata alla morte tante volte. Avevo paura, ma continuavo a credere che non appena il mondo occidentale fosse venuto a conoscenza delle ingiustizie che l’Irlanda del Nord era costretta a subire, tutto sarebbe finito velocemente. Non avrei mai pensato che sarebbe potuto durare così a lungo.

Potevi condividere questo con la tua famiglia?
Per niente! I miei genitori non ne sapevano nulla; avevano perfino mandato via i figli maschi, i miei fratelli, come marinai, per allontanarli da questa situazione. Agli occhi della gente però era noto; gli scontri sulle strade erano frequenti ed era facile essere riconosciuti. Quello che vivevamo condividevamo solo tra i membri dell’I.R.A. Eravamo amici, cresciuti tutti insieme e quindi molto legati tra di noi; quasi una seconda famiglia.

Quando hai chiuso con l’I.R.A.?
Nel 1989 sono entrata nell’ala politica dell’I.R.A (Sinn Fein) e ci sono rimasta fino alla mia conversione. Ho lasciato l’ala combattente dell’I.R.A. perché la strategia era radicalmente cambiata. Ci siamo orientati allora verso il sociale. Cercavo di individuare i bisogni della comunità locale e facevo di tutto per raccogliere fondi per sovvenire alle difficoltà. Lavoravo nel settore educativo. Con tutte le mie forze mi adoperavo per la mia comunità civile a Belfast per alleviare i bisogni causati da una povertà estrema e da un’enorme ingiustizia sociale. Le persone con cui venivo a contatto soffrivano di depressione, spesso avevano addirittura tentato il suicidio e versavano in uno stato pietoso. Cercavo risposte, provavo soluzioni. Sapevo che c’era qualcosa, ma non sapevo cosa. A tentoni andavo alla ricerca della verità ma nel buio sono finita dentro un po’ di tutto. Ho avuto un grande ruolo nella New Age nell’Irlanda del Nord. Ero famosa anche per questo.

Ci puoi raccontare la tua conversione?
A Pasqua del 2001, mi trovavo da sola nel mio camper, delusa dalle mie ricerche inutili. Improvvisamente ho pensato a Gesù e gli ho chiesto: «Se tu sei la Verità, la Via e la Luce, dammi una direzione». Sono uscita e non appena sono rientrata ho visto sul tavolo un foglietto con scritta una preghiera allo Spirito Santo. Non avevo idea da dove venisse. Era strano perché non c’era nessun altro lì vicino. Mi sono detta: «Mary, sei stata coinvolta in ogni genere di cose, anche le più assurde, di sicuro ciò di cui hai bisogno è lo Spirito Santo». Immediatamente ho recitato la preghiera: «Vieni Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli...», stava accadendo qualcosa, ma non sapevo ancora bene cosa.

Come si è manifestato Gesù?
Quella notte udii una voce che mi diceva di alzarmi dal letto. In quel momento era come se Gesù fosse presente. Non potevo credere che fosse Lui, vivo e che fosse tutto vero, dissi: «Sei vivo!». Ero totalmente fuori di me, da non poter dire altro. Mi sono messa a piangere: ho preso coscienza dei miei peccati, del peccato del mondo. Non so quanto tempo abbia durato. Lui mi parlava di cose personali della mia vita e io sentivo il Suo immenso amore per me.

I tuoi familiari si sono accorti di questo?
In quel tempo ho dovuto lasciare il lavoro per problemi alla schiena. Sono rimasta tranquilla per sei mesi e non mi sono fatta più vedere in giro. Mio fratello pensava che avessi perso la testa. Dopo alcuni mesi cominciai ad uscire e la gente diceva: «Ma cosa ti è successo? Ho sentito che eri in cappella, alla messa! Tu che sempre parlavi contro la Chiesa!» Io rispondevo solo: «Bene, non hai pregato per me? Allora, ha funzionato!»

Quindi la tua vita ha cominciato a cambiare...
Certamente! Ma non ero ancora del tutto felice. Sentivo che mi mancava il luogo adatto, dove poter esprimere quello che avevo iniziato a vivere. Sono stata invitata all’incontro di preghiera della Koinonia. Appena ho messo piede nella sala, ho pensato: «Questo fa proprio per me! Qualunque cosa sia, sembra fatta apposta per me!».

Sei sempre stata determinata, cosa vorresti fare adesso?
Vorrei lavorare per Gesù. Servire il Signore. Fare tutto il possibile affinché ognuno possa incontrare Gesù, che tutti abbiano l’esperienza che ho fatto io. C’è libertà, vera libertà in Gesù. La gente mi crede, perché mi conosce bene. Così parlo con tutti e dico a tutti che Gesù è vivo!
Grazie ai corsi della comunità ho gli strumenti per poter dare agli altri la stessa esperienza in modo efficace.
Ringrazio il Signore ogni giorno, ma è poca cosa per tutto quello che ho ricevuto: volevo cambiare il mondo, ma Gesù ha cambiato me!