Giovanni è il suo nome!

Scegliere il nome è stabilire chi sei e cosa sei chiamato a fare.
La nuova comunità che sorgeva a Camparmò aveva bisogno di un nome.
«Che sarà mai questo bambino?».


P. Sandro, tu sei stato uno dei primi a giungere a Camparmò. Perché avete scelto il nome di Giovanni Battista per la comunità? Com’è stato?
Nella settimana che precedeva la Pentecoste del 1977, ad Alba, in Piemonte, in una casa di ritiro dei Paolini, p. Ricardo aveva tenuto un corso per chi desiderava ricevere l’effusione dello Spirito Santo. Riecheggiava nella sua mente, in relazione al nome da dare alla nascente esperienza di Camparmò, questa parola: «Giovanni è il suo nome».
Desideroso di conoscere quale fosse veramente il piano di Dio, propose ai fratelli che erano con lui di interpellare il Signore per sapere il nome da dare alla comunità che sarebbe sorta a Camparmò, secondo le Sue promesse. Dopo un’ora di preghiera tre fratelli, fra i quali c’ero anch’io, aprirono la Scrittura e, con grande meraviglia, gli occhi di tutti si soffermarono sul medesimo versetto: «Giovanni è il suo nome!» (Lc 1,63). Un’altra conferma p. Ricardo la ebbe successivamente durante una visita ad una comunità a Santa Cruz de la Sierra in Bolivia. Era una domenica di Quaresima. Cinque fratelli di quella comunità, che avevano il carisma di profezia, vedendolo, rimasero colpiti dalla sua presenza. Nella loro preghiera personale, all’insaputa l’uno dell’altro, si rivolsero al Signore: «Chi è costui?» e tutti ebbero la stessa risposta: «Giovanni è il suo nome!». Lo resero noto a p. Daniel, fondatore di quella comunità, che con grande stupore lo comunicò subito a p. Ricardo.
Tutti questi fatti furono, per p. Ricardo e per i primi fratelli “camparmoniti”, segni inconfondibili dell’amore delicato e premuroso con il quale il Signore Gesù andava formando la comunità. Il nome Giovanni Battista è senz’altro significativo per molti aspetti. La sua vita, infatti, è stata segnata dalla preghiera, dal digiuno, dallo zelo, tutta orientata verso la preparazione dell’arrivo del Messia. Giovanni Battista è stato il primo grande evangelizzatore, ha proclamato con autorevolezza la venuta del Salvatore tanto atteso, annunciando un messaggio nuovo, perché nuovo era Colui che stava per entrare nella storia di tutta l’umanità.

Perché il saluto «Cristo è risorto!»? Quando nasce questo saluto ed esiste una relazione con il nome della comunità?
Questo modo di salutarci fa riferimento all’esperienza dell’effusione dello Spirito Santo. L’esperienza viva della presenza dello Spirito Santo nei nostri cuori rinnovati aveva portato in noi una consapevolezza indescrivibile della presenza viva di Gesù risorto. Questa coscienza spirituale costituiva il nucleo della fede, che ci portava a vivere da testimoni di Cristo vivo. Per questo motivo p. Ricardo volle che al mattino ci salutassimo come facevano i primi cristiani, con il saluto post-pasquale di chi ha incontrato il Signore risorto: «Cristo è risorto!», e coloro che avevano fatto la stessa esperienza rispondevano confermando: «Veramente risorto!» (cfr. Lc 24,34). La risposta «veramente noi con Lui» viene dall’esperienza di salvezza che accompagna l’incontro con Gesù vivo, Colui che dà salvezza. Salutarci in questo modo sottolinea la nostra chiamata ad essere testimoni di Gesù, con la stessa forza che ha accompagnato Giovanni Battista.

Come si è arrivato al saluto serale: «Grazie che mi hai accolto»?
L’origine del saluto che ormai ogni membro della Koinonia ha imparato a darsi: «Grazie che mi hai accolto» risale alla fine del 1978.
La maggioranza delle regole della nostra comunità nasce dal vissuto, così anche il saluto serale nasce da una precisa esperienza, in questo caso, del nostro fondatore, p. Ricardo. L’avvio del piccolo nucleo di vita comunitaria di Camparmò è avvenuto nella locanda “da Marco” nella zona Cerbaro, non molto distante da Camparmò. Come ogni esperienza cristiana degli inizi anche la nostra è stata segnata dalla sofferenza. P. Ricardo staccandosi dai fratelli con i quali viveva prima, per rispondere alla chiamata del Signore, sperimentò un grande senso di abbandono da coloro che amava. Insieme a questa sofferenza si aggiungeva quella di una forte coscienza interiore di essere peccatore, indegno, misero, non meritevole di nulla. Infine, versava in uno stato di estrema povertà materiale, perché non aveva nient’altro che una vecchia jeep come casa, e quel che più lo angustiava, non sapeva bene dove andare. La solitudine era accentuata dalla situazione di indigenza in cui si trovava. Ma, dopo non molto tempo, il Signore gli fece dono di quella che sarebbe diventata la sua nuova famiglia: un giovane di 22 anni, una giovane di 21 anni e un altro fratello di 32 anni, che lo attendevano nella locanda. Quando si incontrarono i tre gli dissero: «Il Signore ci chiama a stare con te» e lui poté dire solo queste poche parole: «Grazie che mi avete accolto!». Così è cominciata la comunità!
Questa esperienza fu così forte e fondante, che p. Ricardo volle fissarla nel saluto reciproco: «Grazie che mi hai accolto!» non solo per non dimenticare come siamo nati, ma anche per ricordarci quotidianamente che questa è l’unica condizione per essere comunità.