Passo dopo passo il Signore rivela il Suo progetto

Dopo gli studi all’Università Gregoriana, padre Ricardo Argañaraz conobbe il cardinale Giobbe, che lo presentò alla Pontificia Accademia Ecclesiastica nella quale vi rimase per due anni. Laureatosi in diritto canonico, intraprese il cammino diplomatico presso la Santa Sede. Giovane intelligente, appassionato di filosofia e di spiccate doti comunicative aveva tutti i requisiti necessari per un futuro assicurato. Ma non era quello che attirava il suo cuore. Sentiva invece fortissima una spinta interiore alla preghiera e alla vita comunitaria. Questo desiderio cresceva costantemente e lo spinse ad una scelta: o continuare nel servizio intrapreso o abbandonare tutto. Giovanni Benelli, allora Sostituto della Segreteria di Stato, fu decisivo nel nuovo indirizzo che padre Ricardo avrebbe preso in seguito. Fu lui a confermare che tale desiderio non era una illusione o una pia intuizione momentanea, ma era il segno di una nuova fondazione.

Hai lasciato un futuro umanamente promettente. Cosa è successo precisamente?

Fin dal 1964 avevo conosciuto molti sacerdoti e fra questi don Sante Babolin e don Giuseppe Ruaro con i quali avevo stretto una grande amicizia. Insieme fondammo una piccola esperienza comunitaria chiamata “Fraternità presbiterale di vita contemplativa”, un’esperienza approvata e incoraggiata dai vescovi di Padova, Mons. Girolamo Bortignon, di Vicenza, Mons. Carlo Zinato, e di Salta, Mons. Carlos Mariano Perez. All’inizio, nel 1969, ci sistemammo in due appartamenti attigui a Sarmeola di Rubano (PD) in via G. Verdi. Nell’appartamento più grande abitavamo noi tre sacerdoti, mentre in quello più piccolo la madre e la zia di don Giuseppe Ruaro. Successivamente, nell’ottobre del 1970, trovammo cinque ettari di terra vicino al cimitero di Mestrino, nella provincia di Padova, nel territorio della parrocchia di Ronchi di Villafranca; era una casa di contadini, molto povera, che riparammo fino a renderla molto bella, gradevole e funzionale.

Quale è stata la reazione del clero e dei laici a questa nuova realtà?

All’inizio l’esperienza comunitaria fu ben accolta dai sacerdoti delle diocesi di Padova e di Vicenza. In seguito, però, l’attrattiva che suscitavamo nei seminaristi, dei quali eravamo insegnanti, divenne un problema per gli educatori del seminario di Padova. Io insegnavo filosofia assieme a don Sante al seminario di Padova, mentre don Giuseppe insegnava diritto canonico al seminario maggiore di Vicenza. Ci piaceva insegnare e cercavamo di farlo con tutta la nostra passione e preparazione. Istituimmo la figura del direttore intellettuale, cioè un insegnante che seguiva passo dopo passo la formazione dell’intelligenza del giovane. Senza volerlo eravamo diventati un polo di attrazione, un modello di vita presbiterale. Ciò provocò ancora di più un grande disagio all’interno del seminario. I giovani si sentivano fortemente attratti dalla nostro modo di vivere. In un primo momento i superiori erano contenti che i seminaristi ci frequentavano, ma col passare del tempo le cose cambiarono. Oltre ai giovani seminaristi ci frequentavano pure numerosi giovani affascinati dalla vita di preghiera e comunitaria. Alcuni di essi divennero parte della nostra comunità.

Come percepivano la vostra comunità le autorità della Chiesa locale?

I vescovi di Padova e di Vicenza ci visitarono e benedirono la nostra esperienza. Il vicario generale di Padova, Mons. Alfredo Battisti, futuro arcivescovo di Udine, fu un fervente sostenitore della nostra esperienza. Era convinto del bisogno della necessità della vita comunitaria per la santificazione del sacerdote. Pure Mons. Gianni Cielo, vicario episcopale per la vita consacrata nella diocesi di Vicenza, fu un nostro convinto sostenitore così come altri sacerdoti che ci hanno incoraggiato nel mettere in atto il progetto di comunità di vita contemplativa.

Cosa caratterizzava la vostra vita? Cosa attirava di più?

Nella casa avevamo una piccola cappella, una stanza per don Sante, una per don Giuseppe, una per me e un luogo per la madre e la zia di don Giuseppe. È lì che abbiamo iniziato la nostra vita contemplativa. Vita contemplativa significa che al centro del nostro stare insieme c’è la preghiera. Cominciammo con un’ora di preghiera personale e un’ora e mezza di preghiera comunitaria aggiunte alle preghiere canoniche quali il breviario, la recita del rosario e l’eucarestia. La vita interna si svolgeva in grande gioia e armonia, frutto dell’intensità della preghiera e dell’amore di amicizia che regnava fra di noi. Proprio questo amore presente nella comunità fu la calamita per tanti giovani. Studio e lavoro manuale, particolarmente la cura del pollaio e dei conigli, completavano la giornata.

La vostra vita era molto intensa. Quali altri momenti la riempivano, quale altro contributo volevate offrire alla Chiesa?

Insieme a don Sante Babolin sostenemmo attivamente l’associazione dei docenti italiani di filosofia (ADIF) convinti come eravamo dell’importanza della filosofia nella formazione sacerdotale. Con molta frequenza tenevamo corsi ed esercizi spirituali per sacerdoti, religiosi e laici. In modo particolare, quasi ogni domenica, io mi occupavo del collegamento con il CELAM (Conferenza episcopale latinoamericana) al fine di sviluppare relazioni di interscambio di carattere religioso e sociale.

La comunità contemplativa era la realizzazione del desiderio che il Signore aveva messo nel tuo cuore?

Questa esperienza comunitaria è stata importante, ma capivo che non era ciò a cui il Signore mi chiamava. Lui aveva altri progetti per me, progetti che mi ha rivelato piano piano, qualche anno dopo, indicandomi il luogo di Camparmò. (vedi La storia di Camparmò sul KeKaKò dal n. 20)